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Halloween

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Volete urlare a squarciagola? Il nuovo “Halloween” è quello che fa per voi. Prima, però, è necessario un atto di fede. Dovete dimenticare l’esistenza di almeno nove tra seguiti e remake del classico del 1978 di John Carpenter; per fortuna, il regista David Gordon Green e gli sceneggiatori Danny McBride e Jeff Fradley fanno finta che tutte quelle copie sfigate non siano mai esistite (non si sono persi niente). Per loro questo “Halloween” è il primo sequel di un classico dell’horror.

Sono passati 40 anni da quando l’infermiera Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) è impazzita, inseguita dal killer mascherato Michael Myers nelle strade della sua Haddonfield, in Illinois. Negli anni successivi, la Final Girl si è trasformata in una sopravvissuta furiosa che ha riempito la casa di trappole in attesa del giorno in cui Michael – l’essenza del male puro – tornerà dal suo letargo. Quel giorno è arrivato. E pensate un po’, è Halloween. Guardare Curtis al lavoro sul suo vecchio ruolo di ex-babysitter/vendicatrice è più che sufficiente per restare incollati alla sedia. La sua interpretazione è una meraviglia di ferocia e sentimenti: Laurie sa che l’ossessione per Michael le ha fatto perdere la custodia di sua figlia Karen (Judy Greer), che addestrava al combattimento già da piccolissima, e ha messo in crisi il rapporto con sua nipote Allyson (Anni Matichak). Ma se è questo che serve per tenerle al sicuro, allora le va bene così. Interpretare l’ingenua Laurie trasformò Curtis, all’epoca 19enne, in una star; adesso ha portato al suo personaggio un senso di sconfitta, risentimento e solitudine, una nuova profondità che la rende più umana ma non meno determinata. È una performance selvaggia e ricca di dettagli. Ed è perfetta per Green, che ha trasformato il film in una parabola femminista in cui tre donne si uniscono per sconfiggere un predatore.

In altri settori, il regista deve combattere con il passato una battaglia difficile da vincere. Nonostante il quoziente di violenza sia lo stesso del classico di Carpenter, il seguito di Green arriva dopo gli eccessi torture-porn di “Saw” e “Hostel”, dopo la satira di “Get Out”. Questo è un film scritto da fan di Carpenter per altri fan di Carpenter. Green ha chiesto che il maestro, ora 70enne, fosse coinvolto come consulente, e gli ha chiesto di tornare dietro al sintetizzatore insieme al figlio Cody Carpenter e Daniel Davies. L’originale è omaggiato nei titoli di testa (identici anche nel lettering) e dal direttore della fotografia Michael Simmonds, che ha utilizzato gli stessi lunghi piani sequenza per riprodurre il punto di vista di Myers. L’icona dell’horror è interpretata da due attori: Nick Castle, che ha lavorato con Carpenter nel ’78, e James Jude Courtney. E sì, anche la maschera dipinta di bianco è ben presente. Insomma, cosa c’è di nuovo? Non molto se guardiamo la trama, impostata più o meno sulla stessa traiettoria dell’originale. Il Dr. Loomis è stato rimpiazzato dall’altrettanto ossessivo Dr. Sartain (Haluk Bilginer), uno strizzacervelli che vuole capire perché Michael uccide. Per attualizzare il tutto, sono stati aggiunti all’equazione due giovani autori di podcast (Rhian Rees e Jefferson Hall), impegnati a diffondere ai non iniziati la storia del maniaco omicida. Per fortuna i due sono nel film abbastanza a lungo da diventare carne fresca. Il tutto si conclude, com’è giusto che sia, con uno scontro in una foresta.

“Halloween” era uno slasher movie girato da un talento assoluto come Carpenter. Il successo del sequel di Green è dovuto solo in parte all’emulazione dello stile dell’originale. Sono i tempi in cui viviamo, l’era #MeToo, a permettere a questo film horror elementare di toccare un nervo scoperto. Seduti in poltrona osserviamo una donna chiedere conto dei suoi traumi al predatore che li ha causati. È tutto troppo reale per una farsa hollywoodiana. È quello che stiamo vivendo.