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Dunkirk

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Cos'è che definisce un capolavoro? E cos'è che fa di un regista un nome da tramandare ai posteri, un cineasta da ricordare a distanza di decenni? Su argomenti del genere si discute da sempre e si continuerà a farlo: perché seppur consapevoli che “l'unico vero giudice della verità è il tempo”, fare paragoni scomodi è parte integrante della nostra natura, così come cercare a tutti i costi un'oggettività che ovviamente non c'è e non ci può essere. Parte del lavoro del critico però è anche rischiare, lasciarsi andare ad iperboli e giocare continuamente al rialzo alla ricerca del film del momento, del migliore degli ultimi anni, del capolavoro del decennio.

Se “Dunkirk” ha raccolto finora un plauso così plebiscitario, se è stato in grado di far gridare al miracolo anche coloro che non amano il cinema di Christopher Nolan, è perché rappresenta un'esperienza tanto intensa quanto inedita per la settima arte. E non perché manchino film di guerra o perché sul piccolo e grande schermo non ci siano già state storie di coraggio e sacrificio, storie vere prima tramandate e poi adattate. Eppure “Dunkirk” riesce ad essere comunque un'esperienza unica nel suo riuscire a coniugare il cinema complesso e stratificato (narrativamente e tematicamente) tipico del regista di “Inception” e “Interstellar” a quello (neo)classico del war movie antimilitarista kubrickiano (“Orizzonti di gloria” e “Full Metal Jacket”) senza per questo rinunciare alla spettacolarità di opere più recenti come “Salvate il soldato Ryan”. E se è certamente vero che cedere alla tentazione di fare illustri e impropri paragoni è forse l'errore più marchiano che si possa compiere in questi casi, andrebbe quanto meno fatto notare che un regista come Nolan non fa nulla per allontanarsi da questa condizione scomoda: non solo prosegue per la sua strada confezionando opere sempre più ambiziose, ma sembra quasi sfidare i suoi detrattori affrontando di petto coloro che lo vorrebbero definire/maledire come il “nuovo Kubrick”. Probabile che un regista come Stanley Kubrick non ci sarà mai più, non ci sono proprio più le condizioni di una volta, ma di certo in quanto a personalità, coraggio, strafottenza e capacità di (ri)leggere i generi cinematografici pochi possono dire di essersi avvicinati così tanto al sole senza bruciarsi.

La condizione ideale per vedere un film come “Dunkirk” sarebbe il conoscere meno possibile, semplicemente mettersi seduti comodi, godersi lo spettacolo e lasciarsi trasportare dalle splendide immagini, dagli incredibili suoni e musiche e dal geniale ed emozionante intrecciarsi di situazioni che il regista riesce a regalarci con apparente semplicità. Ma non si può parlare di un film del genere senza quantomeno accennare quella che è la chiave di volta dell'opera e dell'operazione di Nolan: perché “Dunkirk” è sì un film ma non un'unica storia; è un avvenimento storico ma rivisitato attraverso tre punti di vista; ha un'unica ambientazione geografica e storica (quella celeberrima del titolo) ma trascende il tempo e lo spazio trasformando così un viaggio-non viaggio in un'intensa, epica e straordinaria avventura. “Dunkirk” ha anche la caratteristica di essere un film corale, dal cast ricco e perfetto, eppure con un solo e indiscusso protagonista. E quel protagonista è lo spettatore, noi. Indiscutibilmente noi. Noi che cominciamo, con una sequenza d'apertura magistrale, il nostro viaggio accerchiati da un nemico invisibile ma letale e ci ritroviamo abbandonati su una spiaggia in attesa di essere uccisi da un momento all'altro. Da un bombardamento aereo, da un colpo di fucile da dietro la vegetazione, da un siluro di un sommergibile. Per poco meno di due ore siamo letteralmente confinati in un limbo, aggrappati alla speranza ma incapaci di vedere una reale via di uscita. Siamo in balia degli elementi e del nemico. Siamo alla mercé della solidarietà e del coraggio altrui. Siamo pronti ad ingegnarci e a nasconderci. Siamo un soldato, un capitano, un pilota. Siamo un giovane entusiasta, un codardo che vorrebbe allontanarsi il più possibile dalla battaglia e siamo uno straniero che fatica a capire quel che succede intorno a lui e a noi. Siamo terra, acqua e aria. Ma soprattutto siamo a Dunkirk, in una battaglia che non abbiamo mai combattuto ma di cui stiamo vivendo in prima persona le conseguenze.

Non c'è un attimo del film in cui si possa riprendere fiato, non c'è una sequenza in cui ci si possa sentire al sicuro. Siamo in guerra. Anzi, stiamo scappando da una guerra e non abbiamo nulla per combattere, nessun nemico da uccidere ma solo il desiderio di sopravvivere e lasciare il prima possibile l'inferno. Non per il Paradiso, che è una condizione che chiaramente non appartiene a nessuno dei personaggi che vediamo e viviamo, ma verso quel Purgatorio che è rappresentato da un ritorno a casa sani e salvi, ma comunque sconfitti. L'unico eroismo in “Dunkirk” è dato dal sacrificio e dal coraggio. Ma non ci sono vere missioni da compiere, non c'è da ribaltare il senso di una guerra che ormai sembra già persa, non c'è la speranza che il nemico possa essere sconfitto. Per questo motivo Dunkirk è un capolavoro ed un film che segna in modo distinto un solco importante nella storia del cinema. Perché racconta il lato meno sensazionalistico della guerra, il più duro e difficile da digerire, quello dell'inutilità e del sacrificio, utilizzando però gli stessi strumenti che Hollywood ha utilizzato per fare in passato l'esatto opposto. E se anche da un punto di vista meramente spettacolare il film di Nolan rappresenta forse il meglio di quanto visto da molto tempo a questa parte sul grande schermo (solo le sequenze aeree o le esplosioni in mare valgono il prezzo del biglietto), questa ricerca del realismo non va mai a discapito delle emozioni così come, a differenza di altre opere precedenti del regista, anche il complesso e magistrale montaggio incrociato di più linee temporali e narrative. Non siamo, per capirci, in “Inception”. Non siamo dentro un sogno. Siamo sul campo di battaglia e ci siamo più e più volte, da più prospettive e angolazioni. E ogni volta, pur sapendo magari già cosa succederà, non possiamo che vivere il tutto con la stessa angoscia e con la stessa sensazione di pericolo.

Come Nolan sia riuscito a far questo è il vero mistero. Ed il vero motivo per cui questo film è davvero un capolavoro e non solo un grandissimo film. Poi nei prossimi mesi si potrà discutere dei singoli elementi, del merito e dell'importanza della musica di Hans Zimmer, se le poche strepitose scene di Kenneth Branagh meritino un Oscar o meno, di quanto peso potrà avere questo film tra 5/10/20 anni. Ma non avrebbe senso farlo ora, mentre siamo ancora tentati di trattenere il respiro. Mentre siamo ancora su quella spiaggia, in quel mare e in quei cieli. Mentre siamo ancora in un'esperienza cinematografica più unica che rara ma di cui tutti noi dovremmo essere fieri di prendere parte: perché cinema più puro di così, di questi tempi, non è proprio possibile desiderare.

Scheda film: Dunkirk

  • Nazione: Gran Bretagna
  • Anno: 2017
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 106'
  • Regia: Christopher Nolan
  • Cast: Tom Hardy, Cillian Murphy, Mark Rylance, Kenneth Branagh, Aneurin Barnard.